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IL PICCHIO IN TESTA

Un romanzo fanta-comics di ALESSIO BLASETTI con disegni dell'autore - (c) 2002 - 2010
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31/1/2010 - CAPITOLO 10 (1 di 3)
Categoria: narrativa

 

X

Era chiaro come un panno steso…

 

E

ra chiaro come un panno steso al sole che la voglia di scrivere era andata a farsi fottere.

Avevo dei dolori intestinali potentissimi che velocemente mi preparavano alla battaglia at the cessroom.

Salvai ciò che avevo appena scritto ( poco per la verità ) e di corsa, come se fossi inseguito da un pittbull con bava alla bocca, mi gettai esausto sulla tazza.

Un sospiro di sollievo mi colse.

Ero felice come non mai perché appena mi ero accasciato sulla tazza, lo svuotamento aveva avuto inizio senza intoppi e senza esagerati rumori che non sto qui ad elencare le onomatopee corrispettive.

Non so se vi rendete conto…tutto l’entusiasmo e la contentezza  e la voglia di vivere che uno riacquista dopo una magica e fruttuosa defecazione!

Da un po’ di giorni ho il blocco.

Sono uno scrittore e il blocco è quello del medesimo, non sono stitico per fortuna.

Ma questa angoscia e questa mancanza di idee mi porta spesso a riflessioni che non c’entrano niente con il romanzo che dovrei scrivere e portare a termine per gli inizi di luglio.

Riflessioni che mi tengono ore ed ore in bagno.

Tutto da lì nasce, in questo momento della mia vita.

Nel mio bagno, dovete sapere, ho una biblioteca personale niente male.

Ci sono libri di Bevilacqua, della Maraini, di Brizzi, della Tamaro, best-sellers stranieri tipo “Ricominciare” di Danielle Steel e poi King e Barker ed Harris, autori russi quali Dostoevskij e altro ancora che a farne un elenco ci vogliono almeno una decina di  ore.

Stanno tutti messi lì, in ordine rigorosamente a cazzo e formano le quattro gambe del mio tavolino da cultura che in bagno fa la sua bella figura.

Sul tavolino ci tengo poche cose, tipo spazzolino, dentifricio, deodorante al pompelmo e qualche preservativo 0,3 ultrasensibile che chissà se li userò mai.

Indiscutibilmente quelli sono i “Classici da toilette” e non me ne vogliano gli autori citati, ma certi libri fanno proprio cagare…comunque anche ciò che scrivo io fa cagare molti.

Io ho la colite.

Non è una cosa grave d’accordo, ma può dar fastidio.

I “classici da toilette” mi aiutano quando sto lì e scelgo a caso e leggo riflettendo e defeco in armonia.

La colite mi prende e mi assale nei momenti più impensati.

Una volta stavo facendo l’amore con la mia vicina di casa Mariangela ( abbiamo un accordo io e lei, se il sabato sera non esce con il marito, noi due si scopa ) e all’improvviso stavo quasi per venire ma ho dovuto dire “Devo andare”, lei mi ha risposto ansimante di venire pure che aveva preso la pillola, ma sembrava non capire e mi tratteneva ma io dovevo andare, non riuscivo più a trattenermi, dovevo fuggire e lo feci correndo poi per le scale di casa mia per svuotare ciò che il mio corpo non riusciva più a bloccare.

( Perdonate le rime, ma quando inizio a ricordare delle cose, l’animo del poeta viene fuori! )

Defecai ma quel giorno non venni e mi vergognai come un cane di essere scappato.

Avrei voglia di parlarne ad un medico, ma gli impegni sono troppi e mi tocca sempre rimandare.

Mmmm…

La mattina mi piace molto.

E’tranquilla, soprattutto quando si vive in campagna come me.

Mi sveglio alle 7 e mi affaccio alla finestra di camera mia, completamente nudo.

Apro la finestra e respiro aria buona, priva di smog e odori puzzolenti che dominano le città italiane.

Ho fatto proprio un buon affare a venirmene a stare qui in campagna, sono solo e mangio bene e se mi va posso stare sempre nudo senza l’assillo di essere osservato e giudicato da qualcuno…ah, dimenticavo Mariangela, la mia vicina e suo marito Arturo che comunque non l’ho mai visto, chissà che cazzo fa per campare!

Vivo senza troppe regole, a parte naturalmente le bollette da pagare e altre amenità burocratiche che ci tocca rispettare, vivo in pace e qualche volta mi rompo, ma mi sono divertito quando ero più giovane, ora ho solo voglia di riflettere e pensare e scrivere qualcosa che piaccia in qualche modo ai lettori, ma prima al mio editore di Velletri.

 

Mi sistemai in veranda e accesi il mio PC portatile.

Salutai Mariangela intenta a raccogliere cicoria dal suo orticello e richiamai il mio file.

Due frasi avevo scritto…Dio che storia!

Non sapevo proprio che storia raccontare, come iniziare, di che parlare, che genere letterario far venire fuori; poche idee e un sole pallido che non mi aiutava per niente a formulare frasi e periodi e azioni, suspance e che ne so.

La colite era appostata e cominciava a dare segni di impazienza, la carta igienica sempre appresso e il cespuglio mi aspettava per la solita “pacata cagata” all’aria aperta che solo noi uomini di campagna possiamo apprezzare.

Mariangela mi sorrise e mi mostrò il giallo dei suoi denti ( era una fumatrice incallita ), io ricambiai il sorriso con un “Yuuh uh” e tornai distratto al mio lavoro.

Il mio editore voleva che io uguagliassi il successo del mio primo romanzo che era andato alla grande anche in Germania, Francia e Islanda anche se non riuscivo a spiegarmi come.

Fino alla nausea mi disse: “Scrivi di tette e di culi e di sesso e droga e scopate con il sudore che trabocca dalle pagine…scrivi le cazzate che hai scritto nel primo, non mi importa se fai una fotocopia, per me è uguale, basta che vendiamo!”

Il mio editore gestiva un'azienda, non una casa editrice...infame!

Io non ero appieno soddisfatto del mio primo lavoro, glielo avevo fatto leggere senza aspettarmi chissà che, in quel periodo avevo problemi di soldi e con le ragazze,  problemi che ormai non mi riguardano più ed iniziai a scrivere proprio per sfogarmi e prendermela con il mondo intero.

Sembra che abbia funzionato.

Più uno è incazzato e sta male e più le cose che scrivi piacciono alla gente.

Forse perché siamo tutti un po’ tristi e incazzati!

Il mondo è pieno di gente nervosa e stanca, se legge il romanzo di uno scrittore nervoso e stanco, si sente un po’ rinfrancata,  i lettori sanno di non essere soli.

Scrissi una parola: Morte.

Poi la cancellai:

Mor

Mo

M

Mi venne sete e rientrai a casa cercando un po’ di acqua gassata, ma era finita e dovevo scendere in paese a comprarla, praticamente dovevo farmi 10 km a piedi.

A piedi perché la macchina era un mezzo che avevo abbandonato da anni, quando scoprii che i gas di scarico delle auto provocano danni immensi all’uomo e al suo habitat, provocano malattie mortali.

Sembrerò contro il progresso, ma adesso vivo in campagna e spero di vivere senza l’ausilio di mezzi meccanici ed elettronici fino alla fine dei miei giorni, a parte il mio PC portatile, che comunque è l’unico oggetto tecnologico che possiedo.

Siamo nel 2021 ma preferisco pensare, ora come ora, di essere ai primi del novecento.

Natura e sane passeggiate; scarpe da tennis e tuta.

Partii alla volta del paese e pensai che una passeggiata salubre di 10 km avrebbe fatto bene alla mia mente, mi avrebbe ispirato, forse avrei riflettuto abbastanza da iniziare seriamente il mio nuovo romanzo.

Dove vai, Alex?” chiese Mariangela, la mia vicina dai denti gialli ma con un corpo da favola.

Acqua…ho sete…vado in paese…vuoi che ti compri qualcosa?”

No, grazie Alex, ci pensa Arturo. Piuttosto…domani è sabato e mio marito non ritorna a casa, ha un impegno di lavoro…facciamo il solito?” domandò maliziosa Mary.

Il solito? Certo, perché no!” risposi “ Oppure potremmo sperimentare qualcosa di nuovo, vediamo…improvvisiamo domani, ciao splendida.”

E affrettai leggermente il passo, perché avevo messo su qualche chilo e se si deve perdere qualche chilo bisogna sudare per  smaltire i tessuti adiposi del proprio corpo.

Naturalmente, al primo cespuglio che incontrai, bloccai il passo e mi nascosi per defecare.

Quando stavo per espellere l’ultimo dei miei amici marroni, mi sentii chiamare.

Alex, sei tu? Finalmente ti ho trovato, ti ho cercato dappertutto!”

Mi infilai i calzoni al volo, senza aver avuto il tempo di pulirmi, feci una smorfia di disgusto e rosso in volto uscii dal cespuglio.

“Ciao, chi sei?” domandai esterrefatto e colpito agli occhi e al cuore da una visione meravigliosa.

Non rispose subito, si bloccò come ipnotizzata e mi fissò come per capire se ero la persona giusta, colui che cercava.

Mi venne vicino e mi studiò.

Studiò i lineamenti del mio volto e mi accarezzò il viso e i capelli, mi prese le mani, mi sfiorò il petto e mi disse:

“Sei proprio tu, almeno esteriormente, ma non sei tu…”

E non finì la frase.

Si imbambolò di nuovo e sbuffò avvilita.

Poi pianse e mugolò qualcosa che non riuscii a comprendere.

Si sedette per terra, sulla sbrecciata che portava al paese.

Non sapevo che dire, ero come folgorato dalla bellezza della persona che avevo davanti, ero colpito dai suoi capelli rossi e dai suoi occhi verdi, dal suo seno ben eretto e anche dalla sua fragilità.

No.

Della fragilità me ne fregava un cazzo!

Però sembrava smarrita e distrutta, chissà da quanto tempo viaggiava e chissà che cosa sperava di trovare.

Cercava Alex ed io ero Alex, Indebiti Alex per la precisione.

Ma ciò che mi tramortì più di tutto fu “…ma non sei tu…”

Una frase senza significato, senza senso.

Come non ero io?

Chi altro avrei dovuto essere?

Mi avvicinai a lei.

Intanto faceva caldo e il panorama si sfocava davanti ai miei occhi.

“Scusa…senti, io non ho capito…cercavi Alex, eccomi. Ma forse hai sbagliato persona! Non sono chi cercavi?” chiesi asciugandomi la fronte.

“Tu…tu sei Alex Indebiti, vero?”

Sì.”

“ E non ti ricordi di me, giusto?”

“No, dovrei?”

“Cazzo sì…sì che dovresti, se la vita ha un senso tu dovresti conoscermi, ci siamo frequentati per molti anni, nelle Marche, non ti ricordi?” chiese alzando un po’ la voce che  uscì strozzata dalla sua bocca.

“No…non mi ricordo proprio, io…non sono mai stato nelle Marche, non ho mai viaggiato molto e…” dissi con voce bassa e titubante.

“Ho saputo che c’eri quasi riuscito, sei partito per cercarmi ma non sei mai arrivato.”

Disse così e cominciavo davvero a chiedermi chi fosse quella pazza così bella, cosa volesse e cercasse da me e Dio che sete!

Sguardo fisso e incredulo su di lei.

L’anno? E’sempre il 2031 o cosa?” domandò senza senso.

“2031? Credi che siamo al 2031?” annuì “ No ragazza mia, se fossimo al 2031 io avrei 10 anni di più, qualche ruga di troppo e forse qualche miliardo in banca!”

Risi come uno scemo, volevo sdrammatizzare, far passare la tensione, ma lei continuò a fissarmi seria, in un modo che mi mise paura, un modo strano e arrabbiato e stanco comunque.

Che c’è?” chiesi “ Chi sei?”

Sono Floriana. Questo nome non ti dice niente eh?”

“No…”

Derek Stars? Conosci la sua storia?”

Ehm…no, mi sembra di no!” e pensai seriamente che la ragazza avesse qualche rotella fuori posto e avesse bisogno di un ricovero immediato in un manicomio privato di quelli con medici preparati e specializzati in turbe psichiche e paranoie come le sue.

2031?

Credeva che fossimo nel 2031!?

La vita non è mica un film di fantascienza!

Ma per favore!

La realtà è logica e la logica non accetta compromessi. Non si può credere di vivere 10 anni avanti nel futuro, se fosse così per tutti, se ognuno vivesse nella sua data, nel suo anno, pensa che casino il Mondo!

“Se tu sei illogica, se fai discorsi fuori dal mondo, bambina ti devi curare!” pensai.

“Un giorno credi di conoscere le persone, il giorno dopo sono cambiate, sono altre persone. Un giorno credi che di fronte a te ci sia un tuo amico, o il tuo ragazzo e in altro ti svegli e ti accorgi che tutti sono cambiati intorno a te e tu invece sei sempre la stessa. Ogni giorno ti svegli con la paura di dover ricominciare daccapo e ogni giorno vedi che sei l’unica al mondo a provare ciò che provi e sono sentimenti maledettamente dolorosi, sei sola a combattere qualcosa che credevi fosse una favola e invece è vera.  Sono mesi che va avanti questa storia, perché per me non può essere uguale agli altri, perché devo essere la sola a non cambiare? Voglio cambiare anch’io.  Se questo è un progetto di un essere superiore anche io voglio farne parte! Perché io no?” disse spargendo lacrime per terra e singhiozzando come una tenera bambina  a cui hanno distrutto la sua bambola preferita.

Mi faceva pena, provavo pena per lei e avrei voluto aiutarla, era così bella e svitata, così indifesa contro il mondo, ma come potevo aiutarla io?

Io, uno scrittore di successo col blocco, che non trovava soluzioni per le cose da scrivere, figuriamoci per una situazione da matti come quella.

Non so perché ma la ragazza mi ispirava fiducia e volli portarla con me in paese e continuare a parlare con lei, anche perché aveva bisogno di sfogarsi con qualcuno, era smarrita ed io in quel momento ero la sua ancora di salvezza.

>>>>Continua>>>>>

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