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VII
Un odore nauseabondo mi colse…
n odore nauseabondo mi colse al risveglio e tossii sentendo i polmoni spaccarsi.
Ero in una stanza, da solo, con una flebo attaccata alla vena del braccio destro e cercavo di ricordare qualcosa, soprattutto il perché mi trovassi lì.
Che era accaduto?
Stavo in ospedale, l’odore di medicinali e alcool era inconfondibile.
Chi mi ci aveva portato?
Mi girava la testa e i miei pensieri avevano bisogno di alcune coordinate, tanto per rimettersi in carreggiata.
Vidi il mio Sony Ericsson quad band sul comodino, lo presi e digitai JES.
Dall’altra parte mi avrebbe risposto la persona con cui avevo parlato di recente.
Qualcuno che sapeva il perché e il percome fossi in ospedale.
Squillò tre volte e al quarto squillo scattò la segreteria, si sentiva la voce artefatta e metallica di Zoe che diceva garbatamente di lasciare un messaggio.
“ Ehi Mustacchio, puoi venire da me? Se sai in quale ospedale sono, perché sembra un ospedale! Comunque io non ci capisco niente, niente! Ieri era Natale o forse no, non lo so, ho dei ricordi confusi, mi risveglio or ora e non so che ci faccio qui…ho un cavolo di mal di testa…e questo picchio in testa che batte che sembra di essere nella Savana, una eco incredibile, mi sto rintronando…Zoe vieni appena puoi, ti aspetto, non so se sai dove sono, spero di sì, vieni che voglio”…Beep…il tempo per lasciare il messaggio si era esaurito.
Mi venne in mente la ragazza che mi aveva raccontato la storia del picchio in testa.
Era una patita di quel cartone, quello con il picchio appunto, Wood pecker, quello della risata da scemo.
Forse è dal cartone che prese l’idea.
Non lo so, come la raccontava, sembrava una storia vera, comunque.
Una volta che eravamo soli, la vidi pulirsi un orecchio con un batuffolo di cotone.
Allora chiesi che cosa stesse facendo, se era quello il momento adatto per togliersi il cerume.
“Non mi sto togliendo il cerume…” disse “…sto cercando di prendere il picchio che ho in testa, devo arrivarci, non ne posso più!”
Ad un certo punto dovetti bloccarle i polsi e strapparle il batuffolo dalle mani.
Mi guardò tesissima e offesa, mi urlò contro, inveì.
Quel batuffolo stava diventando un’arma letale!
Se andava ancora più giù con quell’affare, si sarebbe spaccato timpano, timpanetto e chissà cosa altro, l’apparato uditivo sarebbe andato a puttane.
Lì per lì restai smarrito, ma sorrisi.
A me sembrava matta.
Una gran bella matta, però.
Completamente sbroccata.
Volevo solo farmela e salutarla, una cosa “en passant”…quel periodo lì avevo l’esame di maturità in ballo e allora…
Si accese una sigaretta di marijuana, aspirò e sbuffò, poi iniziò a raccontarmi una storia.
Una specie di storia zen, con la morale a interpretazione molto personale.
Mille o duemila modi di capire una storia.
Io non potei far altro che buttarmi a terra, intraprendere con difficoltà la posizione del loto e ascoltare assorto.
Aveva un modo particolare di raccontare le storie, ti prendeva, ti ipnotizzava, ti garbava ascoltarla e osservarla.
Questo che vi racconto è successo fra 200 anni, così mi disse la ragazza.
Scrivo “” è successo”” perché è una storia che è già stata vissuta da qualcuno, scrivo “” fra 200 anni” perché non è ancora il tempo di viverla quella storia, accadrà.
Derek Stars, un maestro nelle arti meditative orientali, viveva in armonia con se stesso e con il mondo, in un piccolo pezzo di terra nel nord della Scozia.
Viveva nella più assoluta e silenziosa semplicità.
Aveva un frutteto da cui ricavava la frutta per sostentarsi e una canna da pesca con la quale pescava in un limpido ruscello di montagna.
Una notte di luna piena, notte silenziosa come la morte, un essere misterioso, metà demone ciber e metà umano, entrò di nascosto nella sua capanna fatta di paglia e bambù, capanna che la tecnologia e i secoli non avevano intaccato e scoprì la vita semplice e tranquilla di Derek.
Il demone umanoide capì che l’uomo semplice sarebbe stato utile al suo scopo, sarebbe diventata una cavia da laboratorio, una cavia su cui sperimentare il progetto del padrone.
Derek Stars era proprio la persona adatta, sarebbe divenuto il primo di una nuova stirpe.
Era un illuminato, un asceta, una persona che oltretutto aveva staccato la spina e la corrente con il mondo esterno.
Una persona senza passato che viveva del proprio raccolto e del proprio lavoro dei campi, che non aveva parenti, che non creava problemi a nessuno, che lavorava, mangiava e dormiva, che non aveva pensieri maligni, che dentro di sé non portava rancore, non aveva odio ne pensava alla violenza.
Derek Stars era un puro.
Aveva solo amore per la natura e voglia di libertà.
L’essere ibrido lo osservò a lungo, fin quando Derek non percepì la sua presenza e si svegliò e gli sorrise.
“ Hai fatto parecchia strada straniero per venirmi a trovare.” gli disse.
“ Sì, ma finalmente il mio padrone sarà fiero di me, ho trovato ciò che cercavo.”
“Prendi tutto quello che vuoi straniero. A me non serve niente che non sia il Sole, la luna e la natura che mi circonda.” disse Derek con la consueta pacatezza..
“ Non mi interessano i tuoi discorsi da Buddha, uomo; io voglio te perché tu sarai il primo, così vuole il mio padrone.” sentenziò l’essere maligno.
Il demone lo prese con forza e lo legò.
Lo chiuse in una cassa metallica con due buchi per respirare, digitò un codice a sei cifre, mostrò la retina su un pannello posto sulla cassa e tutto ad un tratto, Derek, il demone ciber e la cassa metallica sparirono in un effetto da cinema di fantascienza.
Tornò il silenzio.
I pensieri di Derek Stars sarebbero serviti ad un essere prepotente e malvagio per controllare le menti della gente del passato, per stravolgere le loro esistenze.
L’esperimento in questione si chiama “Picchio in testa”.
....cap. VII continua....
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